È una domanda che nasce in questi giorni tra una chiamata Skype e l’altra, un webinar di approfondimento e tanto lavoro.

Me la sono posta perché è in questo momento così eccezionale per la sua portata e vastità mondiale che serve la lucidità di tutti. È una situazione molto complessa da gestire anche emotivamente, un carico di pensieri che spaventano se si prova ad immaginare il futuro, ancora così incerto. Ci disorienta non sapere quale sarà la prossima normalità.

Ci troviamo perciò a guardare con attenzione meticolosa dentro all’impresa alla ricerca di risposte e soluzioni ad una crisi sia di domanda che di offerta, un’emergenza economica trasversale alla maggioranza dei settori economici. Come però in tutte le crisi, per riuscire a superarla oltrepassiamo il numero del ricavo, del costo, del credito e del debito con attenzione analitica per scoprire che cosa custodisce.

Possiamo dire che il numero è una semplificazione della realtà, rispecchia la nostra necessità di misurare e semplificare un fenomeno complesso, in questo caso la relazione dell’impresa con gli altri attori aziendali.

Notare, sono passato dalla parola ‘impresa’  alla parola ‘azienda’, cioè dall’idea, alla sua organizzazione cioè alla sua realizzazione effettiva.

In questa crisi riprendiamo la consapevolezza di una cosa ovvia nella vita aziendale, data però per scontata in tempi di sviluppo e maturità del business, e cioè che nell’intimità del numero ci sono delle scelte e delle relazioni industriali, l’anima e il vero motore del business.

Matura in noi la consapevolezza di quanto importanti siano per l’azienda/impresa le relazioni con i clienti, i fornitori, i dipendenti, lo Stato ed il settore bancario. Relazioni per alcuni trascurate perché scontate, ma delle quali l’azienda ha necessariamente bisogno nei momenti di crisi ed emergenza, quando soffia il vento di bonaccia e serve la forza di tutti per issare le vele e portare la barca, l’azienda, in un porto sicuro. 

Questo è il punto. L’azienda è inserita in un ambiente complesso da governare, con un ritmo sempre più incalzante, destabilizzante, un intreccio di relazioni tessute nel tempo insieme a diversi e numerosi attori raggruppati in categorie che esprimono almeno cinque interessi diversi.

E l’imprenditore che ruolo ha? 

L’imprenditore è il capitano della barca e in quanto tale non può decidere liberamente di lasciarla naufragare. Può decidere di abbandonarla, certo, ma allora la deve lasciare in mano a qualcuno che si preoccupi di traghettarla fuori dalla tempesta. È in realtà il legislatore che impone all’imprenditore il dovere di istituire un adeguato assetto organizzativo destinato a salvaguardare la continuità dell’impresa. Investe l’imprenditore del dovere di istituire tutte le misure necessarie affinché la barca, anche in sua assenza, sappia navigare anche in acque tormentate. Ecco, se avessimo ancora il dubbio se imprenditore e azienda fossero un tutt’uno, in una stretta indissolubile nel tempo, interviene il legislatore per dirci che l’impresa è una persona giuridica meritevole di tutela, anche legale, cioè un’azienda. 

L’impresa nasce grazie all’idea e al rischio dell’imprenditore, una persona dotata di intuito ed istinto, apprezzato e ammirato, alle volte anche invidiato, ma l’azienda deve essere un figlio capace di camminare eretto nel mercato, in modo organizzato, in ogni fase della SUA vita. Ed è speranza di ogni buon padre di famiglia che il proprio figlio viva più a lungo del genitore. 

L’impresa è dunque un ente distinto dall’imprenditore, un individuo giuridico inserito in un ambiente e in una collettività che necessitano sia della sua domanda, sia della sua offerta, sia dei suoi mezzi di sussistenza. 

La crisi fortunatamente rappresenta solo una delle dimensioni del ciclo aziendale, una fase della sua parabola che va gestita a tutela di clienti, fornitori, dipendenti, Stato e settore finanziario di qualsiasi natura sia, e in essa serve rispolverare tutte le relazioni instaurate per fronteggiare una situazione complessa ed incalzante, ma pur sempre transitoria. L’interesse infatti di tutti questi soggetti è la continuità dell’impresa non dell’imprenditore che, anzi, è incalzato continuamente dalle richieste di aggiornamento sullo stato di salute dell’azienda.

Ora capisco le parole di Brunello Cucinelli quando si definisce custode e garante del futuro della dell’azienda e della comunità.

L’impresa è dell’imprenditore? Per me la risposta è no, non lo è mai stata; è della collettività locale, nazionale, internazionale, è del mercato nella quale opera, è delle persone che la vivono e la organizzano per darle un futuro. All’imprenditore va il grande ringraziamento di aver consegnato al tempo una risorsa economica potenzialmente senza scadenza se organizzata e se innovata.

Tommaso Cuzzolin, Innovation Manager e Advisor Industriale

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