“Prestiamo soldi come prima e più di prima”

Una frase ad effetto sentita in questi giorni di quarantena tra i numerosi contributi e suggerimenti per uscire dalla crisi economica nella quale ci stiamo addentrando. È di Amedo Peter Giannini, tornato alla ribalta del grande pubblico come visionario banchiere della Bank of Italy, poi Bank of America, quando durante la Grande Depressione del 1929 prestò soldi ad imprenditori dai progetti non finanziabili dalle altre banche perché troppo rischiosi.   

Oggi invece assistiamo ad una offerta finanziaria senza precedenti, leggiamo il moltiplicarsi di iniziative da parte del settore finanziario a sostegno del tessuto imprenditoriale italiano, quasi che tutte le banche di oggi siano l’unica Bank of Italy di allora. Si susseguono un concerto di misure governative, in attesa del c.d. ‘golden power’, istituzionali e private organizzate in risposta ad una crisi mai conosciuta e per certi versi spaventosa se consideriamo alcuni scenari ipotizzati dagli analisti. Ed è qui il primo punto sul quale dobbiamo fermarci a riflettere. 

Possiamo tranquillamente affermare che siamo ancora nel pieno dell’emergenza, la nostra azienda vortica sospesa dentro questa furiosa tempesta, una violenta perturbazione economica che al momento non lascia intravedere quanto lontano ci avrà scagliato dalla società e dal modello di business che conoscevamo prima del Covid-19. È in questa tempesta che l’azienda probabilmente perderà dei pezzi, a partire da alcuni clienti e alcuni fornitori. Sì perché ne siamo consapevoli tutti che dietro al romanticismo degli hashtag #celafaremo e #andràtuttobene si cela la verità che non ci ritroveremo tutti alla fine di questo volo. Quando toccheremo di nuovo la terra ferma ritroveremo solo chi ha saputo costruire nel tempo muri forti e spessi a prova di impatto, fatti di relazioni, organizzazione e finanza. Secondo lo scenario peggiore proposto da uno studio di Modefinance, il 65% delle imprese italiane avrà triplicato la propria probabilità di default, praticamente un colpo di mannaia sulle imprese che già godevano di uno stato di salute compromesso, le famose patologie pregresse.

Sopravviverà chi al momento dispone di risorse economiche liquide o facilmente liquidabili, una cellula di sicurezza, come quella delle auto di F1, fatta di cash, sia per fronteggiare il lockdown, sia per farsi carico della riapertura delle porte aziendali. Stiamo parlando di soldi prontamente disponibili per rimettere in moto il ciclo economico di fornitura, trasformazione e vendita che possono anche venire dal settore bancario, senza però dimenticare la salvaguardia dell’equilibrio finanziario, uno dei pilastri sui quali si poggia la continuità dell’impresa. Certo le misure messe in campo sono numerose, allettanti nelle condizioni, garantite e vicine alle vere esigenze attuali di carenza di liquidità delle imprese, ma ricordiamoci anche che i debiti vanno pagati. Lo sa bene la banca, anch’essa un’impresa che deve stare sul mercato, che prima di prestarci soldi conduce un’attenta analisi di merito di credito, valuta cioè se prestare o meno i soldi all’impresa assicurandosi di prestarli solo a chi è capace di restituirli nel futuro tramite i flussi di cassa generati dalla gestione. Questo perché la banca dal canto suo più presta e più deve accantonare fondi a patrimonio volti a fronteggiare i rischi tipici dell’attività bancaria e finanziaria, in questo caso specifico il rischio di credito. Più l’impresa ha un merito di credito basso, più la banca corre il rischio di dover destinare fondi propri a riserve patrimoniali come salvaguardia della sana e prudente gestione bancaria.

Da questo punto di vista possiamo dire che nulla è cambiato, il mondo era così prima del Coronavirus e lo è anche nel bel mezzo della sua tempesta. Almeno per il momento, almeno finché non cambierà la normativa bancaria. Notizia sempre di questi giorni è il rinvio di un anno degli accordi di Basilea III, entrata in vigore posticipata di un anno che fa riflettere visto che le novità dovevano ancora entrare in vigore e già sono state rimandate. Ciò per ribadire che finché non cambierà la regolamentazione internazionale si continuerà a prestare alle imprese che hanno un merito di credito in linea con il rischio che la banca si vuole e può assumere. Anche nello scenario del Covid-19 riceveranno credito bancario le imprese con merito di credito buono, quindi rating alto, quindi bassa probabilità di insolvenza, quindi le imprese più equilibrate dal punto di vista economico e finanziario. Però sono proprio quelle imprese che in questo momento hanno i muri più spessi, la capsula più resistente, la Posizione Finanziaria Netta (PFN) pronta a recepire nuova liquidità a debito per sostenere la forza della tempesta senza compromettere l’equilibrio finanziario aziendale.

Ma ci sono le garanzie… Vero, ma la garanzia aiuta solo a mitigare il rischio di credito nel caso di insolvenza, sono a salvaguardia della banca nel caso del mancato pagamento del debito, non aumentano la capacità di credito che si basa invece sulla possibilità di generare flussi di cassa sufficienti a ripagare quanto preso in prestito.

Fronteggiata l’emergenza organizzativa, tutti a casa, Smart Working permettendo, si passa quindi a fronteggiare l’emergenza di liquidità. E per farlo anche questa volta non è cambiato nulla rispetto al mondo prima del Covid-19: è necessario passare ad una visione strategica di lungo termine, facciamo almeno tre anni, anche se sembra un’utopia farlo adesso che non sappiamo cosa sarà di noi. Ipotizzare lo scenario aziendale ci aiuta a proiettare la nostra immagine nel futuro per farci capire se riusciremo ancora ad essere attori in uno scenario economico futuro fatto di imprese corazzate finanziariamente, evolute nei prodotti offerti al pubblico, innovate nell’organizzazione e tipicamente digitalizzate.

Solo fermandoci ad immaginare un nuovo modello di business, a pianificare le attività, a reinventare l’organizzazione riusciremo a superare anche gli insensibili numeri del rating, in quello che tecnicamente è definito “override” (oltrepassare) del rating. 

Servono una carrellata di informazioni qualitative su ciò che l’azienda è adesso e sarà nel futuro, informazioni relative alla governance, al management, al personale, al mercato, ai prodotti, agli strumenti di gestione affinché la valutazione del merito di credito non derivi da una fredda analisi numerica, ma sia correlata da un insieme di soft information che possano modificare il giudizio complessivo dell’impresa. Un merito di credito maggiormente rappresentativo della complessità dell’impresa rispetto al rating derivante dal modello automatizzato. Un processo di valutazione e di analisi già utilizzato dalle banche per quelle imprese che hanno voluto aprirsi agli stakeholders esterni con una informazione periodica chiara, completa e puntuale che ancora manca nella cultura delle Piccole e Medie Imprese (PMI).

Un’altra strada che si fa sempre più robusta tra gli aziendalisti è di riprendere in mano le relazioni con i nostri clienti e fornitori, e perché no, concorrenti, per costruire insieme un futuro più resistente al nuovo contesto. Un futuro fondato su un solido rapporto interimprenditoriale da formalizzare in operazioni straordinarie di aggregazione e fusione che restituiscano all’economia un tessuto imprenditoriale con più probabilità di sopravvivere allo shock pandemico. È emerso con chiarezza in questa crisi che da solo nessuno può farcela, ma abbiamo tutti bisogno di essere sostenuti da chi ci sta più vicino, così nella vita privata, così come in quella lavorativa.

Ma anche in questo caso per trovare il partner giusto serve uno sforzo di pianificazione strategica. Occorre sedersi al tavolo e con onestà intellettiva capire in che direzione si muoveranno le imprese regine dello scacchiere, se in verticale o in orizzontale.

L’imprenditore è chiamato a capire se la continuità aziendale dipenderà da un rafforzamento o completamento del sistema dell’offerta attuale oppure se passerà dalla gestione delle interdipendenze critiche, a valle oppure a monte del contesto nel quale opera l’impresa. 

Due strade, quella dell’override e quella della finanza straordinaria non per forza alternative, anzi, da percorre entrambe adesso che siamo ancora tutti frullati nella tempesta Covid-19, perché quello che ci sta insegnando questa emergenza da una parte è che “piccolo non è più bello”, dall’altra che l’unico modo per essere veramente resilienti è saper comunicare ed avere una visione traghettatrice nel lungo termine.

Tommaso Cuzzolin, Innovation Manager e Advisor Industriale

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